Elastocompressione

La terapia elastocompressiva si prefigge di incrementare la pressione idrostatica interstiziale al fine di favorire il riassorbimento della componente idrica e proteica dell’edema (Leduc et al., 1990).

Viene eseguita mediante bende e tutori elastici, che intervengono in momenti diversi del programma riabilitativo.
Alla base dell’elastocompressione, sia mediante bendaggio che mediante tutore elastico, vi è la legge di Laplace (P=T/r), per la quale la pressione esercitata è direttamente proporzionale alla tensione e inversamente proporzionale al raggio. In realtà la pressione è legata anche ad altre variabili, quali l’operatore, il tipo di benda utilizzata, il numero di strati sovrapposti, l’altezza della benda, la densità del suo tessuto (Cavezzi e Michelini, 1997; Ricci, 2005).
Einarrson ha introdotto in una nuova formula alcune di queste variabili: P = Tn/rA, dove n e A indicano rispettivamente il numero degli strati e l’altezza della benda.

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Bendaggio compressivo
L’elastocompressione mediante bendaggio compressivo è particolarmente indicata nella prima fase del trattamento, volta a ridurre il più possibile il gonfiore dell’arto.
Il bendaggio viene confezionato al termine della seduta di linfodrenaggio manuale, per evitare che l’arto possa di nuovo aumentare di volume nelle ore che separano dalla successiva seduta (Cavezzi e Michelini, 1997).
Le bende utilizzabili si dividono in base alla loro estensibilità o allungabilità in due grandi categorie: le bende anelastiche e quelle elastiche.
Sono bende anelastiche quelle che non si lasciano distendere.
Durante la contrazione muscolare provocano nei tessuti sottostanti una elevata pressione (pressione di lavoro), mentre durante il riposo, non avendo ritorno elastico, provocano negli stessi tessuti una bassa pressione (pressione di riposo).
Un bendaggio eseguito con questo materiale è quindi ben tollerato durante il riposo notturno.
Le bende elastiche si lasciano invece distendere e, in base all’allungamento raggiungibile, si distinguono a loro volta in bende a corta, a media e a lunga estensibilità. Le bende a corta estensibilità si lasciano distendere dal 30% al 70% della loro lunghezza originale; offrono una grande resistenza alla distensione per cui producono un’alta pressione di lavoro e una bassa pressione di riposo.

Le bende a media estensibilità sono allungabili dal 70% al 140% della lunghezza originaria; esprimono una pressione di lavoro inferiore a quella prodotta dalle precedenti, ma una di riposo maggiore. Le bende a lunga estensibilità superano il 140% della loro lunghezza originale, raggiungendo anche il 200-300% in certi casi.
Esercitano una notevole pressione di riposo senza grosse modifiche durante il lavoro muscolare. Vengono utilizzate principalmente nelle patologie del circolo venoso superficiale.
Le bende ad allungamento medio e lungo possono inoltre essere monoelastiche (estensibili solo in lunghezza) o bielastiche (estensibili in lunghezza e larghezza).
Un’altra proprietà delle bende è l’adesività.
Così vi sono bende non adesive, che non aderiscono né su se stesse,né su altri materiali; bende coesive, che non aderiscono sulla pelle o su altri materiali sottostanti, ma possono aderire su se stesse; bende adesive che sono sempre autoaderenti e consentono bendaggi molto stabili.
Le bende possono contenere prodotti medicamentosi o d’altro genere, ad esempio bende alla colla di zinco con cumarina (estratto vegetale del Meliloto officinalis), efficace nel favorire il circolo linfatico.
La configurazione normale dell’arto inferiore è a tronco di cono rovesciato, per cui, per la legge di Laplace, se si applica una benda con la stessa tensione, si ottiene una maggiore pressione alla caviglia rispetto alla radice dell’arto.
Ma nel linfedema l’arto tende a perdere l’aspetto a tronco di cono e ad assumere un aspetto cilindrico o irregolare.
Per assicurare allora un gradiente pressorio disto-prossimale si deve modificare la tensione del bendaggio o ricorrere a dispositivi da applicare sotto il bendaggio.
Ancor più lontano dalla conformazione a tronco di cono, già in condizioni normali, è l’arto superiore, che presenta inoltre salienze ossee e strutture nervose facilmente comprimibili (Aloisi et al., 1999).
La tecnica di bendaggio prevede l’uso al di sotto delle bende di materiali salva-pelle, che possono essere idrofili (ad esempio, il cotone), oppure idrofobi come il latex.
Al di sopra di questo primo strato possono essere messi spessori morbidi (di ovatta o compresse in lattice) con lo scopo di variare il raggio di curvatura della benda.

Il sottobendaggio eccentrico positivo occupa solo una piccola parte della circonferenza e poiché il suo raggio di curvatura è inferiore rispetto alla sezione del bendaggio in quel punto, vi eserciterà una pressione maggiore:
è utile quindi per aumentare la pressione solo su una determinata zona, come in caso di ulcera venosa.

Il sottobendaggio eccentrico negativo occupa invece una larga parte della circonferenza per cui andrà ad aumentare il raggio in quel punto, inducendo una pressione minore: è utilizzato quando si vuole ridurre la pressione locale su una piccola superficie, per proteggere salienze ossee, strutture tendinee o nervose.
L’ultimo strato del bendaggio è costituito dalla benda vera e propria che viene avvolta sopra al materiale di riempimento (quando presente) con una tensione quanto più possibile costante; sarà la differenza di raggio nei vari segmenti dell’arto a creare una differenza di pressione, gradualmente discendente dall’estremità alla radice.
Il bendaggio per un linfedema dovrebbe essere di tipo multistrato, utilizzando bende anelastiche o a corta elasticità ma non esiste un bendaggio standard e per ogni paziente devono essere trovati il bendaggio e la modalità di applicazione più adatti.
Così, in linea di massima, per un soggetto giovane è preferibile un bendaggio multistrato anelastico applicato concentricamente a spina di pesce o a otto, mentre per uno anziano è più indicato un bendaggio monostrato a corta elasticità.
Deve prevedere sempre anche il bendaggio delle dita, sia nel piede che nella mano, mediante bende orlate avvolte attorno alle falangi basali e intermedie, e deve rispettare le zone di articolari (caviglia e ginocchio) il cavo popliteo, il tendine d’Achille, i solchi del gomito (Michelini e Campisi, 2001).
Il bendaggio, specie se multistrato, conferisce, ancor più del tutore elastico, una visibilità e un aspetto antiestetico che possono suscitare una reazione psicologica del paziente; è indispensabile quindi ottenere la sua piena collaborazione, anche perché deve rimanere in sede il più a lungo possibile, a seconda del materiale impiegato.

Rappresentano una controindicazione all’applicazione di bendaggio le infezioni e le secrezioni cutanee. Un’altra controindicazione è rappresentata dall’arteriopatia obliterante che va quindi diagnosticata (EcoDoppler), valutata e tenuta in debita considerazione qualora si decida di eseguire ugualmente il bendaggio.
Occorre prestare attenzione alla comparsa di dolore e di altri segni di ischemizzazione (pallore, cianosi, parestesie).
Una sintomatologia dolorosa che subentra subito dopo l’applicazione richiede la sua riconfezione; quando compare successivamente può trattarsi solamente di un problema minore, risolvibile con la semplice sopraelevazione dell’arto o l’esercizio fisico, oppure di un segno di ischemizzazione.
Non rara è la possibilità di un’allergia cutanea al materiale utilizzato (soprattutto con bende alla colla di zinco).